Israele Mon Amour: La strage di Sabra e Chatila

Non ci sono molte parole per commentare simili atti, siano essi compiuti da militanti di destra o di sinistra, da cristiani o mussulmani, da 2 o 23 anni…questi atti rimangono per sempre nelle memorie di chi li ha vissuti, di chi li conosce e di chi li ha compiuti. Tali gesta sono e resteranno una macchia indelebile nella storia dell’umanità!

Una notte, in un bar, un amico confessa al regista israeliano Ari Folman un suo incubo ricorrente: sogna di essere inseguito da 26 cani inferociti. Ha la certezza del numero perchè, quando l’esercito israeliano occupava una parte del Libano, a lui, evidentemente ritroso nell’uccidere gli esseri umani, era stato assegnato il compito di uccidere i cani che di notte segnalavano abbaiando l’arrivo dei soldati. I cani eliminati erano giustappunto 26. In quel momento Folman si accorge di avere rimosso praticamente tutto quanto accaduto durante quei mesi che condussero al massacro portato a termine dalle Falangi cristiano-maronite nei campi di Sabra e Chatila. Decide allora di intervistare dei compagni d’armi dell’epoca per cercare di ricostruire una memoria che ognuno di essi conserva solo in parte cercando di farla divenire patrimonio condiviso.

 

sulla strage in questione. Una testimonianza che risale a 23 anni fa, tratta dal libro “Insciallah”. di Oriana Fallaci

 “Erano piombati alle nove d’un mercoledì sera, i falangisti di papà Gemayel…E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d’uscita. Una manovra cosi’ veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga.

Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case.
S’erano messi ad ammazzare I disgraziati che a quell’ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano.
Avevano continuato tutta la notte.
E tutto il giorno seguente.
E tutta la notte seguente, fino a venerdi mattina.
Trentasei ore filate.
Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta. Nessuno.

Nè gli israeliani, ovvio, nè gli sciiti che abitavano negli edifici attigui e che dalle finestre vedevano bene l’obbrobrio.

E fortunati gli uomini uccisi subito a raffiche di mitra o colpi di baionetta, fortunati i vecchi sgozzati nel letto per risparmiare le munizioni.
Le donne, prima di fucilarle o sgozzarle, le avevano violentate. Sodomizzate.
I loro corpi, zangole per dieci o venti stupratori per volta.
I loro neonati, bersagli per il tirassegno all’arma bianca o da fuoco: intramontabile sport nel quale gli uomini, che si ritengono superiori alle bestie, hanno sempre eccelso e che da qualche secolo viene chiamato strage-di-Erode.

Un ragazzo ferito era riuscito a scappare malgrado il blocco delle vie d’uscita e a rifugiarsi nel piccolo ospedale che tre medici svedesi gestivano di fronte a Shatila.
Ma I soldati di Erode lo avevan raggiunto e liquidato mentre giaceva sul tavolo operatorio. Spintone al chirurgo che estrae la pallottola, revolverata alla tempia dell’infermiera palestinese che cerca di opporsi e via.


All’alba di venerdi, stanchi di dargli la caccia e ammazzarli uno a uno , avevano minato le case nelle cui cantine s’erano nascosti i superstiti. Quasi tutte case di Chatila.
Poi avevano lasciato il quartiere cantando spavalde canzoni di guerra e lasciandosi dietro un carnaio da film dell’orrore. Bambini di due o tre anni che ciondolavano dalle travi delle case esplose come polli spennati e appesi ai ganci di una macelleria.
Neonati spiaccicati o tagliati in due, mamme intirizzite nell’inutile gesto di ripararli.
Cadaveri seminudi di donne coi polsi legati e le natiche sozze di sperma e di sterco.
Cataste di uomini fucilati e coperti di topi che gli mangiavano il naso, gli occhi, gli orecchi.
Intere famiglie riverse sulle tavole apparecchiate, vecchi sgozzati nei letti rossi di sangue rappreso, e un fetore insopportabile.
Il fetore della decomposizione accelerato dal caldo greve di settembre. Cinquecento morti, s’era detto all’inizio.

Ma presto i cinquecento erano diventati seicento, i seicento erano diventati settecento, i settecento erano diventati ottocento, novecento, mille. C’erano voluti due bulldozer per scavare la fossa comune, quasi un giorno per buttarceli tutti…”



Oriana Fallaci

Sabra e Shatila
Una sanguinosa pietra miliare nella memoria collettiva palestinese

I PRELIMINARI

Il 6 giugno 1982, l’esercito israeliano invadeva il Libano come rappresaglia per il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, Argov, episodio avvenuto due giorni prima. I servizi segreti israeliani avevano attribuito, quello stesso giorno, il tentativo di assassinio “ad un’organizzazione palestinese dissidente sostenuta dal governo irakeno”. L’invasione, che chiaramente era stata gia’ progettata in anticipo, fu chiamata “Operazione Pace in Galilea”.
Inizialmente, il governo israeliano aveva annunciato che era sua intenzione penetrare solo per 40 km all’interno del territorio libanese. Il comando militare, invece, agli ordini del ministro della difesa Ariel Sharon, nutriva mire ben piu’ ambiziose, che lo stesso Sharon aveva progettato mesi prima. Dopo aver occupato il sud del paese, distrutto la resistenza palestinese e libanese nell’area e commesso una serie di violazioni contro la popolazione civile, le truppe israeliane iniziarono la penetrazione fino ad arrivare alle porte di Beirut. Il 18 giugno 1982 circondarono il Quartier Generale dell’OLP nella parte occidentale della capitale libanese. Secondo le statistiche libanesi, l’offensiva israeliana, in particolare il bombardamento intenso su Beirut, causo’ oltre 18.000 vittime e 30.000 feriti, quasi tutti civili.
Dopo due mesi di bombardamenti, fu negoziato un cessate il fuoco con la mediazione dell’inviato statunitense Philip Habib. Secondo i termini di questo negoziato, l’OLP doveva evacuare dal Libano sotto la supervisione di una forza multinazionale dispiegata nelle parti strategiche di Beirut. Gli accordi Habib prevedevano che Beirut ovest sarebbe passata sotto l’immediato controllo dell’esercito libanese, mentre la leadership dell’OLP ottenne la garanzia che sarebbe stata protetta la sicurezza dei civili nei campi profughi dopo la partenza dei combattenti palestinesi.
L’evacuazione dell’OLP termino’ il 1 settembre 1982.
Il 10 settembre, la forza multinazionale lascio’ Beirut. Il giorno dopo, Ariel Sharon annuncio’ che “2000 terroristi” erano rimasti all’interno dei campi profughi palestinesi attorno Beirut. Mercoledi 15 settembre, il giorno dopo il misterioso assassinio del presidente libanese Bashir Gemayel, l’esercito israeliano occupo’ Beirut, contravvenendo agli accordi Habib ed alle promesse fatte in sede internazionale, ed accerchio’ i campi di Sabra e Shatila, abitati da soli civili palestinesi e libanesi, dopo l’evacuazione dei 14.000 guerriglieri che li difendevano.
Gli storici concordano nel ritenere che probabilmente durante un incontro tra Ariel Sharon e Bashir Gemayel a Bikfaya, il 12 settembre, vi fu un accordo che autorizzava le “forze libanesi” a “ripulire” i campi palestinesi. Del resto Sharon aveva gia’ annunciato, il 9 luglio 1982, che era sua intenzione inviare le forze falangiste a Beirut ovest e, nella sua autobiografia, conferma di aver negoziato l’operazione con lo stesso Gemayel, durante l’incontro di Bikfaya.
Secondo le dichiarazioni fatte da Sharon alla Knesset il 22 settembre 1982, la decisione di far entrare i falangisti nei campi profughi fu presa mercoledi 15 settembre, intorno alle 15,30. Sempre secondo Sharon, il comando israeliano aveva ricevuto i seguenti ordini: “Le forze di Tsahal non devono entrare nei campi. La “pulizia” verra’ fatta dalla Falange dell’esercito libanese”.

IL MASSACRO

All’alba del 15 settembre 1982, i bombardieri israeliani sorvolavano bassi Beirut ovest e le truppe israeliane erano gia’ posizionate attorno i campi. Dalle 9 del mattino, il generale Sharon era presente a dirigere personalmente la penetrazione israeliana. Sharon si trovava nell’area del comando generale, all’incrocio dell’ambasciata del Kuwait, appena fuori Shatila. Dal tetto di quella costruzione a sei piani era possibile vedere chiaramente la citta’ ed entrambi i campi profughi.
A mezzogiorno fu completato l’accerchiamento dei campi di Sabra e Shatila da parte dei carriarmati israeliani e furono installati numerosi checkpoint tutt’attorno per monitorare chiunque entrasse o uscisse dai campi. Nel tardo pomeriggio, sino a sera, i campi furono bombardati. Giovedi 16 settembre, in una conferenza stampa, il portavoce militare israeliano dichiaro’: “Il nostro esercito controlla tutti i punti strategici di Beirut. I campi profughi, in cui vi e’ un’alta concentrazione di terroristi, sono circondati”. Quella stessa mattina, gli alti comandi militari israeliani diedero ordine all’esercito “di farvi entrare i falangisti, che provvederanno alla pulizia”.
Approssimativamente a mezzogiorno, i falangisti ottennero da Israele la luce verde per entrare nei campi profughi. Alle 5 del pomeriggio circa, 150 falangisti penetrarono a Shatila dall’entrata sud e sud-ovest.
Per le successive 40 ore i falangisti violentarono, uccisero e fecero a pezzi migliaia di civili disarmati, in grande maggioranza vecchi, donne e bambini, sostenuti dall’esercito israeliano, che impediva la fuga ai pochi che riuscivano a scappare dalla carneficina. Residui di razzi israeliani trovati nelle rovine dei campi dimostrarono che gli elicotteri israeliani avevano illuminato a giorno le due notti di orrore per facilitare il compito dei falangisti.
Il numero delle vittime varia da 700 (dichiarazione ufficiale di Israele) a 3.500 (secondo un’indagine condotta dal giornalista israeliano Kapeliouk). Il numero esatto non sara’ mai conosciuto perche’, oltre ai 1.000 corpi sepolti in fosse comuni dalla Commissione Internazionale della Croce Rossa, un gran numero di cadaveri furono sepolti sotto le macerie delle case rase al suolo dai bulldozers. Inoltre, centinaia di corpi vennero trasportati via da camion militari verso una destinazione ignota, per non essere piu’ ritrovati. Altri orrori vennero fuori alcuni mesi dopo, quando, ingrossate dalle pioggie torrenziali di quei giorni, le fogne di Sabra e Shatila restituirono altri cadaveri.

DOPO GLI ECCIDI

I sopravvissuti al massacro non furono mai chiamati a testimoniare in un’inchiesta formale sulla tragedia, ne’ in Israele ne’ in Libano ne’ altrove. Solo dopo che le notizie del massacro furono date dalla stampa e dalle televisioni, una folla di 400.000 israeliani scese in piazza per protestare e per chiedere che fosse nominata una commissione d’inchiesta sull’eccidio. La Knesset, nello stesso settembre, nomino’ una commissione presieduta da Yitzak Kahane. Nonostante le limitazioni del mandato della commissione (la commissione aveva un mandato politico e non giudiziario ed inoltre furono completamente ignorate le testimonianze delle vittime), la commissione concluse che il ministro della difesa israeliano, il generale Ariel Sharon era personalmente responsabile dei massacri.
A causa di cio’, Sharon fu costretto a dimettersi, ma rimase nel governo come ministro senza portafoglio. E’ importante sottolineare che, durante le manifestazioni organizzate da “Peace Now” per chiedere le dimissioni di Sharon, i dimostranti furono attaccati con granate, che causarono la morte di un giovane manifestante.
Nonostante il fatto che le N.U. abbiano definito questa tragedia “un massacro criminale”, e nonostante il fatto che Sabra e Shatila resti nella memoria collettiva dell’umanita’ come uno dei crimini piu’ efferati del 20esimo secolo, l’uomo dichiarato “personalmente responsabile” di questo crimine, come pure i suoi colleghi e coloro che condussero materialmente i massacri, non sono mai stati puniti ne’ perseguiti legalmente. Nel 1984, i giornalisti Schiff e Ya’ari conclusero il loro capitolo sul massacro con una riflessione amara: “Se c’e’ una morale in questo spaventoso episodio, deve essere ancora resa nota”. La realta’ di questa impunita’ resta vera fino ad oggi.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanno’ il massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982. Questa condanna fu seguita dalla risoluzione dell’Assemblea Generale che, il 16 dicembre 1982, qualifico’ il massacro come “atto di genocidio”.

Elie Hobeika, capo falangista.
Ucciso a Beirut quest’anno da una provvidenziale
autobomba poco prima che consegnasse
ai giudici belgi le prove del coinvolgimento
personale di Sharon nell’eccidio

 

Indict Ariel Sharon
Un sito di giuristi ed avvocati che si prefiggono
di consegnare alla giustizia il responsabile dell’eccidio
www.indictsharon.net

Fonte www.arabcomint.com

Israele Mon Amour: La strage di Sabra e Chatilaultima modifica: 2009-05-20T14:53:00+02:00da liberocentauro
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