Renato Schifani: Avvocato in odor di mafia

Renato Schifani e quelle strane
consulenze in odore di mafia

Gli affari immobiliari seguiti dall’attuale presidente del Senato per conto di un imprenditore condannato per riciclaggio

Il 18 giugno 2007 quando, su richiesta della difesa, l’avevano sentito in aula come testimone, Renato Schifani aveva dimostrato di ricordare molto poco. Sarà stato per l’imbarazzo di dover rispondere a domande sulla sua attività professionale in favore di Giovanni Costa, un vecchio cliente di Villabate, accusato di riciclaggio di capitali mafiosi, o sarà stato il tempo trascorso, ma il futuro presidente del Senato era rimasto sul vago. Aveva spiegato che per l’imputato si era occupato di “acquisizioni e compromessi”, di “permute immobiliari” e di “contrattazioni affaristiche” in quel di Portorosa, un ridente villaggio turistico messinese considerato dagli inquirenti un luogo dove anche la mafia ha reinvestito il suo denaro. Poi quando gli avevano chiesto che cosa sapesse della Alpi Assicurazioni, una delle società al centro del processo, aveva sostenuto di essere stato nominato “a propria insaputa” membro del consiglio di amministrazione della società. E aveva aggiunto di non aver accettato la carica perché come avvocato non aveva “mai frapposto il ruolo professionale con altri ruoli che nascessero da interessi clientelari”. La deposizione, insomma, era stata poco più che una formalità e il futuro presidente del Senato aveva così pensato di aver chiuso per sempre quella partita. Ma adesso, dopo le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza che lo dipinge come uno dei tramite fra i fratelli Graviano, i potenti e ricchissimi boss di Brancaccio, e Marcello Dell’Utri, l’avvocato Schifani rischia di dover tornare a fare i conti con il passato. Il suo passato.

Giovanni Costa, un simpatico ex commerciante di piastrelle di Villabate, diventato improvvisamente multi-miliardario nei primi anni ‘90 e ora condannato (è in corso l’appello) a dieci anni di reclusione per riciclaggio, è infatti incluso nell’elenco delle persone che la Procura di Palermo vuole interrogare per ricostruire, ed eventualmente riscontrare le accuse lanciate contro Schifani da Spatuzza e da un altro collaboratore di giustizia: l’ex segretario nazionale dei giovani dell’Udeur Francesco Campanella.

Costa, è bene dirlo subito, non è un pentito. È un imprenditore che continua proclamarsi innocente. Vive nel nord, dove per qualche anno è stato il dominus di decine di società dai fatturati miliardari. Ma ha alle spalle una storia fatta di soldi, sangue e paura. Suo suocero, il padre della prima moglie, è scomparso per lupara bianca. A Villabate ha dovuto confrontarsi con boss di ogni ordine e grado. Ha conosciuto i Montalto, i Mandalà (tra cui Nino, l’ex socio di Schifani), i Quartararo, i Bisconti di Belmonte Mezzagno, i Piciurro, Pitarresi e tanti altri. Ma sempre, sostiene, perché l’ambiente di Palermo era quello che era, e lavorare lì senza fare i conti con la mafia era impossibile.

Fatto sta – racconta la sua sentenza di condanna – che la vita di Costa cambia all’improvviso quando a Villabate compare il Mago dei Soldi. Ovvero Giovanni Sucato, un ragazzo rosso di capelli e corpulento che diventerà persino protagonista di un racconto di Camilleri. Sucato apre un ufficetto in paese dove sta seduto dietro una scrivania con una montagna di banconote da una parte e un mucchio di ricevute dall’altra. “Datemi il vostro denaro, io fra un mese ve lo restituisco raddoppiato”, dice a tutti. Il gioco funziona: nei primi mesi del 1990 Sucato raccoglie decine e decine di miliardi di lire. Ma la sua è una catena di Sant’Antonio. Non per niente in un bel giorno di settembre il Mago sparisce. Non lo trova nessuno. Sulla porta del suo ufficio è possibile leggere solo un foglio, attaccato con una puntina rossa: “L’avvocato Sucato, dottor Giovanni, è stato convocato da Berlusconi. Tornerà tra una settimana”. Insomma il denaro è finito.

E tra chi ci ha rimesso miliardi ci sono pure gli uomini d’onore. Perché, anche se Sucato lavorava con protezione della cosca villabatese dei Montalto e usava come “raccoglitori di puntate” pure alcuni boss di Brancaccio, nella mafia erano in tanti quelli che avevano investito su di lui. Inizia una catena impressionante di omicidi. Molti “raccoglitori” si danno alla macchia e pure Sucato muore in circostanze misteriose. Dopo l’ennesimo omicidio, il 5 marzo 1991, la polizia convoca Costa in questura. Informazioni confidenziali lo indicano come l’uomo che teneva in mano il tesoro del Mago: lui però per telefono avvisa che non vuole uscire di casa. Oggi Costa è stato condannato in primo grado per aver riciclato quel denaro di proprietà della mafia. Lui sostiene con forza che non è vero. E di fronte ai tanti pentiti che lo accusano, spiega di essersi limitato a scommettere e a vincere.

Ma che cosa c’entra Schifani con tutto questo? Molto. Perché a partire dal 1986 e almeno fino al 1993, Schifani lavora per il neo-miliardario Costa. Lo fa come legale e lo fa con continuità. La scorsa settimana, nel comunicato in cui si diceva disponibile a farsi sentire dalla magistratura per chiarire le accuse di Spatuzza, il presidente del Senato ha tenuto “a precisare che la sua pregressa attività di avvocato è stata sempre improntata al pieno e totale rispetto di tutte le leggi e di tutte le regole deontologiche proprie dell’attività forense”. È probabilmente vero. Come è vero che un avvocato d’affari non è tenuto a farsi troppe domande sulle origini delle improvvise fortune della sua clientela.

Oggi però, leggendo le carte dei processi contro Costa, fa un certo effetto scoprire che le operazioni immobiliari concluse in quel periodo dall’imprenditore di Villabate nel villaggio turistico di Portorosa sono state seguite direttamente da Schifani. E che, secondo i rapporti della Guardia di Finanza del settembre 1993, le “modalità di vendita così articolate” che le hanno caratterizzate “si prestano ad eventuali operazioni di riciclaggio di proventi illeciti”. Una tesi che è stata fatta propria anche dalle motivazioni della condanna di Costa, in cui i giudici includono tra le “forme di reimpiego dei flussi di denaro illecitamente conseguito da parte degli imputati… le acquisizioni di numerosi immobili della Portorosa Village (…) attraverso le forme mediate del potere di rappresentanza”.

Infatti il 7 ottobre 1990 tra Costa e Salvatore Caliri, un imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, viene stipulato un preliminare di vendita per acquistare 30 appartamenti, 6 posti auto e un posto barca. L’atto prevede il pagamento di due miliardi di lire in contanti in diverse tranche più l’accollo di un mutuo per 900 milioni già acceso da Caliri. Il primo maggio 1991 (mentre a Villabate già si spara) gli immobili vengono consegnati. Lo stesso giorno tra Costa e Caliri viene sottoscritta una nuova convenzione. Costa, grazie a una procura, può vendere le case a terzi. Ma nei documenti ufficiali il suo nome non comparirà e a effettuare il rogito saranno le società di Caliri. Un modo, sottolinea la Guardia di Finanza, per preservare l’anonimato. Nell’accordo viene poi scritto che “l’ammontare complessivo dei corrispettivi che la Portorosa Village (di Caliri) avrebbe indicato nelle fatture di vendita relative agli appartamenti del Costa non avrebbe comunque superato i 2 miliardi e 900 milioni (il prezzo pagato da Costa a Caliri, ndr)”. Inoltre i compratori degli immobili avrebbero dovuto emettere sempre fatture al di sotto dei 19 milioni di lire in modo, sottolineano gli investigatori, di evitare le segnalazioni antiriciclaggio. Caliri di quello strano affare con Costa ha parlato il 13 febbraio del 2002 in un interrogatorio a Catania. E ha confermato che la trattativa con il presunto riciclatore di Villabate fu seguita anche dal futuro presidente del Senato. “Noi – ha detto – non è che interloquivamo con Costa. Ma con il suo avvocato, oggi senatore di Forza Italia, il senatore Schifani”. Risultato: visto che non ci sono rogiti diretti e tutto o quasi avviene per contanti, solo per caso la Guardia di Finanza si accorge della presenza di Costa nell’affare.  Ma questa è un’altra storia. La racconteremo domani.

da Il Fatto Quotidiano del 2 settembre 2010

 

Gli anni pericolosi di Schifani

La lettera, inviata dalla Procura distrettuale antimafia di Bologna ai colleghi di Palermo porta la data del 6 luglio 1993. Poco più di venti righe per chiedere notizie su nove nomi. Nove siciliani che secondo la Guardia di Finanza avevano avuto “un ruolo decisivo nella predisposizione degli accordi tesi” all’acquisizione dell’Urafin, una holding con partecipazioni superiori a 200 miliardi di lire, fallita pochi mesi prima. L’elenco è aperto dalla voce: “Avvocato Schifani di Palermo” il quale, scrivono i pm, “avrebbe curato la fase contrattuale” dell’affare.

Una cordata senza capitali
Un business sospetto, secondo gli investigatori, visto che uno degli acquirenti, l’imprenditore di Villabate Giovanni Costa – oggi condannato a nove anni per riciclaggio – sembrava il capocordata “di un gruppo di palermitani, alcuni dei quali pregiudicati, sprovvisti di attitudini patrimoniali idonee” per chiudere la compravendita. Anche per questo i pm emiliani vogliono sapere se i nominativi citati nella missiva siano “già comparsi in indagini aventi come oggetto tentativi d’impiego di capitali di illecita provenienza”.

Ecco, se si vuole davvero capire che tipo di riscontri stia cercando oggi la Procura di Palermo alle parole del pentito Gaspare Spatuzza, bisogna partire da qui. Dalle prime inchieste in cui spunta il nome dell’attuale presidente del Senato. Spatuzza infatti sostiene che Schifani, 18 anni fa, è stato uno dei tramite tra i fratelli Graviano, i boss di Brancaccio protagonisti delle stragi del ‘92-93, e Marcello Dell’Utri. Un’accusa respinta con sdegno dalla seconda carica dello Stato. Ma che adesso, alla luce di una serie di fatti ancora tutti da chiarire, non appare immediatamente implausibile.

Le vecchie carte su Urafin
Il Fatto Quotidiano è andato a recuperare le carte della vecchia indagine sull’Urafin e quelle del processo a Costa. E ha scoperto, sentenze e verbali d’udienza alla mano, che davvero Renato Schifani ha assistito Costa per anni, seguendo come professionista gran parte degli affari per cui è stato poi condannato. Ieri (2 settembre, ndr) abbiamo ricostruito le compravendite immobiliari di Costa nel villaggio turistico di Portorosa in provincia di Messina. E abbiamo raccontato come grazie a preliminari di vendita, poi sostituti da procure speciali, Costa sia riuscito a entrare in possesso di 60 appartamenti senza che il suo nome comparisse mai in atti ufficiali o nei rogiti. Anche perché il corrispettivo (quasi tre miliardi) veniva quasi sempre versato in contanti. Denaro che, stando alla sentenza che ha condannato l’imprenditore, sarebbe stato di proprietà della mafia. Per i giudici, Costa che attualmente è sotto processo in Appello, sarebbe infatti uno degli ultimi custodi del tesoro del celebre Mago dei Soldi, Giovanni Sucato. Un ragazzo di Villabate che con l’appoggio di Cosa Nostra ha raccolto a inizio 1990 decine di miliardi di lire tra i siciliani, promettendo loro di raddoppiare nel giro di un mese il capitale investito. Costa, che pure ammette di essersi dovuto confrontare a causa del suo lavoro con boss di ogni ordine e grado, nega. Ma gli investigatori sono rimasti colpiti da un fatto. Già nel 2004, quando cioè nessuno aveva mai parlato di Schifani e dei suoi presunti rapporti con i Graviano, c’era chi invece raccontava che tra gli uomini d’onore interessati alla truffa del Mago dei Soldi comparivano pure i boss stragisti di Brancaccio. Anche per questo la storia di Costa, dipinto dalla sentenza come un uomo legato al clan Montalto di Villabate (paese quasi confinante con il quartiere Brancaccio), è giudicata interessante. E lo è ancor più alla luce di quanto emerge dai dibattimenti bolognesi sull’Urafin.

Il ritornello del “a mia insaputa”
In un colloquio con Lirio Abbate de l’Espresso ieri l’imprenditore ha spiegato di aver avuto al suo fianco Schifani come avvocato sin dal 1986. E ha aggiunto di averlo a lungo stipendiato con un mensile di due milioni di lire al mese.

Poi Costa, che non è un pentito, si è inalberato ricordando che Schifani nel 2007, quando fu convocato dalla sua difesa in aula come testimone a discarico, era sembrato prendere le distanze da lui. Tanto da arrivare a sostenere di essere stato nominato “a propria insaputa” consigliere di amministrazione della Alpi assicurazioni (incarico poi rifiutato), una delle società partecipate dall’Urafin. Per Costa invece quella nomina, che risale al 21 dicembre 1992, sarebbe stata espressamente richiesta da Schifani. L’attuale presidente del Senato, dopo l’omicidio di Paolo Borsellino del 19 luglio, voleva infatti allontanarsi da Palermo. Probabilmente, dice l’imprenditore, per paura.

Fatto sta che Schifani segue tutte le fasi dell’acquisto dell’Urafin, un gruppo che a quell’epoca faceva capo all’ex presidente del Bologna calcio, Tommaso Fabbretti. Lo fa a Palermo, a Milano e a Bologna. In Sicilia, Costa tratta a lungo con i rappresentati della Parabancaria Cosulting, di proprietà della famiglia di Mario Niceta, un importante commerciante di abiti descritto da Massimo Ciancimino in un suo libro come “conoscente di Bernardo Provenzano” e del padre don Vito Ciancimino.

L’affare si rivela una truffa
Proprio Costa, ricorda in un suo colloquio con Il Fatto Quotidiano, che il 23 maggio del 1992, il giorno della strage di Capaci lui e Schifani sono riuniti negli uffici della società dei Niceta. Un rappresentante della Parabancaria (Nicola Picone) entra così nella compagine che tenta di rilevare l’Urafin. Ma l’affare, secondo Costa, si rivela ben presto una truffa. Dopo aver concluso a Milano, con l’aiuto professionale di Schifani, l’acquisizione della partecipata Alpi Assicurazioni, il 22 dicembre Costa, il suo consulente e l’altro professionista che ha seguito l’affare, si presentano nella sede della compagnia, ma scoprono che un po’ ovunque ci sono i sigilli della Guardia di Finanza. Da molti mesi era in corso una verifica delle Fiamme Gialle di cui l’imprenditore sostiene di non essere stato avvertito. È l’inizio dell’inchiesta che negli anni porterà a ricostruire buona parte delle attività economiche di Costa, il presunto uomo dei soldi del Mago dei Soldi. Un’avventura straordinaria e per certi versi indimenticabile.

Una storia che però la seconda carica dello Stato rammenta poco e male. Tanto che nel 2007, quando verrà chiamato a testimoniare, si limiterà ad assicurare di non essersi “mai occupato degli aspetti finanziari dell’affare”. E a dire: “Ricordo che a un certo punto io interruppi la mia attività complessiva nei confronti del Costa. Ma non ricordo i motivi, ripeto, è passato del tempo”. E così oggi il problema di Schifani è soprattutto uno. C’è chi sostiene di ricordare per lui.

Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2010

Renato Schifani: Avvocato in odor di mafiaultima modifica: 2010-09-05T19:41:00+02:00da liberocentauro
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